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Tra gli altopiani del caffè in Tanzania: una prima missione tra ricerca, cooperazione e futuro climatico

Tra gli altopiani del Sud della Tanzania, quando il sole si alza lentamente oltre le colline e l’aria conserva ancora una freschezza quasi inattesa per chi immagina l’Africa come un’unica distesa di calore, il paesaggio restituisce immediatamente la sensazione di trovarsi in una terra di confine. Confine non geografico, ma culturale ed ecologico: tra sistemi agricoli costruiti su conoscenze tramandate, ritmi di lavoro e relazioni comunitarie profondamente radicate, e una spinta concreta verso l’innovazione, l’organizzazione cooperativa, la sperimentazione tecnica. È in questo scenario, nell’area di Mbeya e nelle regioni limitrofe, che si è svolta la prima missione in Tanzania dei ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, con la partecipazione del prof. Giovanni Bacaro e, per il Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell'Interpretazione e della Traduzione, della prof.ssa Ilaria Micheli. Una missione breve, ma intensa, concepita come primo passo conoscitivo e operativo per l’avvio di un nuovo progetto di cooperazione internazionale dedicato alla sostenibilità della filiera del caffè.
Il progetto, dal titolo “Verso la nuova generazione di produttori di caffè di qualità sostenibile nel Sud della Tanzania”, è finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e vede un partenariato che unisce istituzioni e soggetti con competenze complementari: Regione Friuli Venezia Giulia (capofila), Illy s.p.a., Caffè Africa come partner locale, l’Università di Trieste e un ulteriore partner nazionale. Per l’Ateneo triestino, il Dipartimento di Scienze della Vita contribuisce come riferimento scientifico, con il prof. Giovanni Bacaro e il prof. Alberto Pallavicini, che parteciperà alle prossime missioni. È un progetto che, fin dalle sue premesse, mette in dialogo ricerca e impatto: la scienza non come esercizio astratto, ma come strumento per leggere il territorio, anticipare rischi, costruire opportunità.
La Tanzania è tra i maggiori produttori di caffè a livello mondiale. Eppure, proprio nelle regioni meridionali – Ruvuma, Mbeya, Songwe – la coltivazione affronta oggi una convergenza di pressioni che non può essere ignorata: cambiamento climatico, variabilità crescente delle piogge, stress termici, siccità più frequenti, invecchiamento degli impianti e limitazioni infrastrutturali che incidono sulla qualità e sulla stabilità della produzione. In questo contesto, parlare di “qualità sostenibile” significa tenere insieme dimensioni diverse: reddito e resilienza delle famiglie agricole, qualità del prodotto e accesso al mercato, tutela delle risorse e adattamento climatico, inclusione sociale e ricambio generazionale. È su questa trama complessa che il progetto intende intervenire, promuovendo buone pratiche agricole, rafforzando capacità post-raccolta e lavorazione, sostenendo il ruolo delle cooperative (le AMCOS) e investendo in percorsi di formazione e responsabilizzazione di giovani e donne, considerati elementi chiave per rendere la filiera più equa e, soprattutto, più capace di reggere alle trasformazioni già in atto.
La missione ha permesso di osservare direttamente cosa significhi produrre caffè in un territorio che vive un cambiamento rapido. Le visite alle piantagioni e l’incontro con cooperative e operatori locali hanno mostrato una realtà molto concreta, fatta di scelte quotidiane: gestione dell’ombra e del suolo, cura delle piante, organizzazione del lavoro, modalità di raccolta, tempi e tecniche di lavorazione, disponibilità di acqua e strumenti. Parallelamente, la visita a centri sperimentali e a contesti dove si testano differenti sistemi colturali ha restituito un messaggio chiaro: l’innovazione non è un “lusso” né una moda importata, ma una risposta necessaria per stabilizzare rese e qualità, ridurre vulnerabilità e migliorare efficienza nell’uso delle risorse. In alcuni casi, l’adozione di pratiche agroforestali – con l’introduzione o il rafforzamento di alberi da ombra e sistemi più complessi – appare non solo una scelta ecologica, ma un investimento in resilienza: protezione dal calore estremo, miglioramento microclimatico, contenimento dell’erosione, diversificazione e incremento della stabilità produttiva. In altri casi, il tema dell’acqua emerge come priorità strategica, con soluzioni tecniche che mirano a ridurre sprechi e aumentare la capacità di affrontare periodi siccitosi. Tutto ciò, tuttavia, ha senso solo se si accompagna a competenze, organizzazione e accesso a strutture di lavorazione in grado di garantire standard qualitativi elevati.
All’interno di questo quadro, il ruolo del DSV è stato definito con chiarezza già in questa prima missione: contribuire a trasformare un obiettivo generale – rendere sostenibile e resiliente la filiera – in domande scientifiche misurabili e in strumenti operativi per il territorio. Il contributo del Dipartimento si concentra su tre direttrici strettamente integrate. La prima riguarda lo sviluppo e la valutazione di modelli di adeguatezza ambientale e climatica: identificare dove il caffè può essere coltivato oggi con migliori probabilità di successo, ma soprattutto dove potrà esserlo domani, sotto scenari di cambiamento climatico. È un passaggio decisivo, perché permette di orientare investimenti e strategie di adattamento con basi quantitative, evitando approcci uniformi che non tengono conto di altitudine, microclimi e gradienti ambientali locali. La seconda direttrice riguarda la caratterizzazione ecologica e funzionale delle piante e delle varietà coltivate, con un’attenzione particolare alla resistenza a fattori estremi (ad esempio la siccità): comprendere risposte e limiti biologici significa individuare traiettorie realistiche di adattamento e gestione. La terza direttrice, complementare e cruciale, è la caratterizzazione genetica delle cultivar: conoscere la diversità genetica disponibile e la sua distribuzione permette di valorizzare risorse locali, individuare linee di interesse e costruire strategie di miglioramento e conservazione che non siano “importate” in modo acritico, ma aderenti alle specificità del territorio.
Accanto alle attività direttamente legate alle piantagioni e alla filiera, la missione ha avuto una seconda dimensione – meno visibile, ma determinante per la solidità del progetto – dedicata alla costruzione di alleanze accademiche locali. Mbeya è infatti anche una città universitaria in crescita, e il progetto ha bisogno, per essere efficace, di una rete di competenze sul territorio: persone, laboratori, studenti e giovani ricercatori che possano contribuire alle attività e sostenerne l’implementazione nel tempo. In questo contesto, la visita a due istituzioni universitarie della città – la Mbeya University for Science and Technology (MUST), università pubblica, e la Catholic University of Mbeya (CUoM), università privata – ha rappresentato un passaggio chiave per dare al progetto una base scientifica e formativa condivisa.
La MUST ha restituito l’immagine di un’università moderna e in espansione, con una vocazione tecnico-scientifica che la rende un interlocutore naturale per le attività di ricerca più vicine alle competenze del DSV: genetica, botanica, analisi di resilienza e caratterizzazione delle risorse vegetali. Il dialogo con i colleghi locali ha permesso di collocare il progetto all’interno di una relazione accademica già avviata e in progressivo consolidamento, fatta di scambi, collaborazione scientifica e prospettive condivise. In modo molto concreto, è emersa la volontà di accompagnare le attività previste sul campo anche attraverso un coinvolgimento di studenti e giovani profili locali, creando un contesto di supporto operativo e scientifico che rafforzi qualità, continuità e capacità di trasferire competenze. Più che una semplice “collaborazione di circostanza”, l’impressione è stata quella di un’interlocuzione solida, orientata a costruire nel tempo un partenariato accademico stabile, capace di sostenere anche progettualità future.
La CUoM, dal canto suo, ha offerto una prospettiva complementare, particolarmente preziosa per un progetto che mette al centro giovani, donne e trasformazioni della filiera. Il confronto ha evidenziato interessi condivisi su temi trasversali – cambiamento climatico, sostenibilità, inclusione, valorizzazione delle culture locali e delle dinamiche sociali – e una disponibilità concreta a contribuire alla dimensione formativa e di accompagnamento sul territorio. In termini sostanziali, questa collaborazione permette di integrare la componente tecnico-biologica con una lettura più ampia dei contesti umani: come si costruisce consenso attorno a pratiche sostenibili, come circolano conoscenze e innovazioni, come si rafforzano capacità organizzative e accesso al mercato. Anche qui, l’obiettivo non è un contatto episodico, ma l’avvio di un dialogo istituzionale e scientifico che possa crescere nel tempo.
In controluce, lungo l’intera missione, è rimasto costante un elemento che merita di essere raccontato: la Tanzania osservata in questi giorni non è un’immagine statica, e non si lascia ridurre a stereotipi. La natura è ancora presente con forza, non solo come “sfondo” ma come parte del funzionamento quotidiano del territorio; le usanze e le abitudini tradizionali convivono con forme di modernità che avanzano, talvolta in modo disomogeneo, ma con direzione chiara. Nelle università si percepisce una spinta verso infrastrutture e competenze; nelle cooperative si avverte l’urgenza di organizzare meglio processi e accesso ai mercati; nelle piantagioni si legge la necessità di proteggere la produzione da stress climatici e instabilità. Per un ecologo, per un genetista, per chi si occupa di biodiversità applicata, tutto questo non è semplicemente “interessante”: è un laboratorio reale, dove i cambiamenti climatici non sono una curva in un grafico, ma una pressione che ridisegna opportunità e rischi, influenzando insieme sistemi naturali, produzione agricola e traiettorie sociali.
È anche per questo che la missione rappresenta un esempio efficace di cosa significhi, oggi, “ricercatori DSV in giro per il mondo”. Non si tratta di mobilità come esperienza individuale, ma di presenza scientifica in contesti dove la ricerca è chiamata a generare valore pubblico: strumenti per pianificare, metodi per misurare, dati per decidere, competenze per formare. In questo progetto, inoltre, le ricadute formative sono particolarmente rilevanti. Studenti, tirocinanti e giovani ricercatrici e ricercatori potranno avvicinarsi a temi di frontiera con un’immediata dimensione applicativa: modellistica climatica e idoneità colturale, analisi ecologica della resilienza, genetica delle cultivar, sostenibilità della filiera, interazione tra innovazione e contesti socio-economici. Partecipare a un progetto di cooperazione significa anche imparare un linguaggio operativo che integra ricerca e responsabilità: definire protocolli replicabili, garantire qualità dei dati, rispettare priorità locali, costruire soluzioni che siano scientificamente solide e socialmente praticabili.
Questa prima missione ha quindi svolto la sua funzione più importante: porre le fondamenta. Conoscenza diretta del territorio e della filiera, allineamento iniziale tra partner, avvio di collaborazioni accademiche locali, definizione di bisogni e potenzialità, costruzione di una cornice operativa per le prossime fasi. Il prossimo ritorno sul campo, previsto per il kick-off meeting e l’avvio pieno delle attività, segnerà il passaggio dalla ricognizione alla realizzazione: dalla mappa concettuale ai protocolli, dai contatti alle azioni, dall’osservazione alle misure e alle analisi.
In definitiva, ciò che questa missione racconta è una traiettoria: la scienza che si muove dove serve, che osserva, ascolta, misura e collabora; e che, nel farlo, crea opportunità anche per la comunità accademica di Trieste. In un altopiano del caffè, questo può tradursi in maggiore resilienza per piccoli produttori e per le loro famiglie; per il DSV, in un percorso concreto di ricerca applicata e cooperazione internazionale; per gli studenti, nella possibilità di contribuire – con strumenti scientifici e con responsabilità – a una delle sfide decisive del nostro tempo: comprendere e affrontare gli effetti del cambiamento climatico, senza separare natura, economia e società.

Ultimo aggiornamento: 05-03-2026 - 14:54